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La storia di Torri del Benaco comincia da molto lontano. Dei recenti ritrovamenti a seguito di scavi nel centro storico della città, testimoniano la sua esistenza già nell’età del bronzo e nell’epoca delle palafitte. Torri, Tulles (il capoluogo dei Tulliassi da come indicato nelle “tavole di cles”) è stata importante centro anche per i Romani, che la abitarono verso la fine del primo secolo a.C., come dimostrerebbe la torre ovest del castello e la configurazione urbanistica nelle vicinanze del porto.
In seguito fu occupata da Goti, Longobardi, Franchi e Ungari, fino all’arrivo nel 905 d.C. di Berengario I, l’allora Re d’Italia, al quale si deve la costruzione della cinta muraria e del castello, del quale rimane ancora la Torre di Berengario, che ora si trova in piazza della Chiesa.
Successivamente, dopo un periodo durante il quale apparteneva alla contea di Garda, divenne parte del territorio scaligero e sotto la guida di Antonio della Scala furono rafforzate le difese del porto e furono costruiti il castello, sulle rovine del precedente, e la Torre dell’Orologio.
Anche i Visconti di Milano e i Carraresi di Padova se ne contesero il dominio, fino alla conquista del territorio da parte della Repubblica di Venezia, grazie alla quale Torri del Benaco ha ora il vanto, di essere stata sede del Consiglio della Gardesana dall’Acqua, un unione di 10 Comuni del Lago di Garda, che godeva di una certa autonomia amministrativa e impositiva.
Il consiglio era solito riunirsi nella Chiesa della SS. Trinità, sia per svolgere le sue funzioni politiche, sia per celebrare riti religiosi. Nei suoi dintorni troviamo numerosi edifici di interesse artistico ed architettonico, come ad esempio Il Palazzo Marai, appartenuto alla prestigiosa famiglia Marai, la Casa dei Vicari e la Chiesa parrocchiale in stile barocco risalente al XVIII secolo, che racchiude in sé opere di famosi artisti quali Rotari, Brentana e Boscaratti e l’incantevole organo realizzato dall’importante famiglia di organisti Bonatti (padre e figlio).
Ricordiamo tre personaggi importanti che sono nati a Torri: Domizio Calderni nel 1444, studioso dell’epoca del rinascimento e trasferitosi successivamente a Roma, Gregorio Rigo nel 1841 farmacista, botanico e patriota italiano che qui visse fino alla morte, e Mons. Giuseppe Nascimbeni (1851-1921).
Giro turistico tra le vie di Torri
Sembra strano che un paesino di soli 3000 abitanti sia così ricco di storia, luoghi da visitare, ora proveremo ad offrirvene un piccolo assaggio.
Partiamo dal centro di Torri, dove si erige inconfondibile il Castello Scaligero. Già esistente, venne fatto ristrutturare dall’ultimo signore Scaligero Antonio dalla Scala, che ne affidò i lavori a un certo Bonaventura Prendilacqua, ma neppure le nuove fortificazioni impedirono ai Visconti di conquistare Torri con soli 6 giorni di assedio. Oggi all’interno del castello troviamo un museo etnografico, con numerose sale da visitare: la sala dei calafati (artigiani che costruivano barche), la sala dell’oliva e del torchio (per la produzione dell’olio), la sala della pesca (la prima nata in Italia), la serra dei limoni e molte altre.
Abbiamo già menzionato poi il Consiglio della Gardesana, che si ritrovava nel palazzo omonimo, ora diventata una bella struttura di ricezione per i turisti, o nella Chiesa della S.S. Trinità.
La zona del porto è economicamente la più importante, ma molto suggestive sono anche le abitazioni dei vecchi mercanti di Torri che sorgono nei suoi dintorni. In particolare il già citato Palazzo Marai, sul quale alla porta d’ingresso troviamo lo stemma di famiglia, la Casa dei Vicari: funzionari che detenevano il potere centrale e Casa Viola, classica abitazione borghese di inizio Ottocento.
La Chiesa parrocchiale del settecento, di cui abbiamo già parlato, è situata al lato nord del centro storico. Nei dintorni della Chiesa possiamo ammirare la Torre di Berengario I, unica superstite delle 4 che coprivano gli angoli della fortezza, che il Re Berengario fece edificare all’inizio del X secolo e il cui interno probabilmente coincide con il cosiddetto Trincerò: la cittadella medioevale. L’altra Torre, cui abbiamo già accennato è la Torre dell’Orologio, e si trova nelle vicinanze della Strada Gardesana, ad opera degli Scaligeri, parte di un sistema difensivo che aveva come fulcro il castello.
A distanza di una breve passeggiata a piedi dal centro di Torri troviamo la Chiesa di San Faustino, del XV secolo, nel luogo in cui era stato l’eremo di San Faustino e San Giovita. Al suo interno son presenti degli affreschi che risalgono allo stesso secolo della sua costruzione e la tomba di un altro eremita: Pietro Malerba, morto nel 1946.
Altro Chiesa assolutamente da visitare, poiché situata in una posizione unica: a picco su una valle e dominante il lago, è la quella di San Siro nella contrada di Crero. La sua costruzione risale al 1713. Anche la campagna che circonda Torri del Benaco è resa suggestiva dalle chiesette romaniche e dai numerosi capitelli. Prima di arrivare sulla contrada di Coi incontriamo l’oratorio dedicato a Sant’Antonio di Padova. Qui balza agli occhi un affresco che rappresenta la cittadina cinta dalle mura, così come doveva essere nel seicento, epoca a cui risale appunto l’affresco.
L'avventura della Torre dell'Orologio
Dopo la pace tra Venezia e Milano nel XVI secolo si sviluppa una forma di amministrazione chiamata Vicinia. A Torri del Benaco la Vicinia si adunava al suona della campana nella Torre dell’Orologio. Le riunioni erano tenute da un consiglio più allargato, detto Consiglio dei 24, o dal più ristretto Consiglio dei 6.
Il piano terra della Torre fu l’unico locale che restò immutato fino al 1923, era adibito a magazzino per il deposito dei prodotti provenienti dalla decima, il contributo (la decima parte del raccolto) che gli agricoltori davano alla chiesa per il suo sostentamento. Un primo restauro avvenne nel 1531, mentre un secondo venne fatto nel 1549.
A quel tempo B. Rossetto, notaio del paese e membro della Vicinia, insistette alacremente per la fusione di una seconda campana da mettere sulla torre, proponendo di esser lui stesso a coprine i costi. La sua richiesta ebbe seguito e la campana fu collocata accanto alla vecchia nel 1552, in contemporanea con la conclusione del restauro della torre e dopo pochi anni si sono aggiunsero anche le nuove panche.
Il materiale utilizzato per quest’operazione comprendeva calcina, ben 3 carri, 34 carri di pietre, assi, materiale da ferramenta, assi di pieceo e larice, scalini nuovi e ulteriori pietre da utilizzare per il balcone. A seguito della ristrutturazione la Vicinia diede incarico a una persona, Mastro Bartolemè Parolin, di custodire la torre e suonare la campana alle processioni, mattina, sera e naturalmente feste e vigilie. Correva l’anno 1556. Nove anni più tardi lo incaricarono anche di dare l’allarme a tutto il paese in caso di necessità, affidandogli contestualmente l’uso dell’ultimo piano della Torre come abitazione personale.
Si cominciò a parlare di orologio nel 1561, e a settembre dello stesso anno il Consiglio inaricò Bisanel di regolarlo al meglio delle sue potenzialità, per un compenso stabilito in 15 soldi al mese. Il compito passò l’anno successivo a Matè de Jorio, per tornare di nuovo a Bisanel, stavolta per 10 lire l’anno.
Tutto sembrava procedere per il meglio, ma nello sventurato 1585 in incendio divampò e come nel peggiore degli incubi la torre andò in fiamme e con lei tutto il suo contenuto. Gli abitanti di Torri non si diedero per vinti e decisero per un ulteriore restauro. Il Comune vendette 6 brente di olio per riuscire a trovare il denaro necessario. Le spese vennero segnate diligentemente segnate: ferramenta, legname, castagni, calce e la manodopera del fabbro per il restauro dell’orologio. Dopo tanti sforzi il 22 giugno si poté adunare di nuovo la Vicinia.
Ma le restaurazioni non finirono qui. Nel 1751 si procedette alla terza restaurazione con rifacimento del tetto e l’esecuzione di un altorilievo rappresentante l’annunciazione, del quale oggi non abbiamo più traccia. A fine ‘800 la sede del Comune venne trasferita in Piazza Umberto I, mentre l’orologio continuò a battere le ore sulla Torre fino alla seconda metà degli anni ’30 caricato con costanza da “Pippa Ginetto” e suo padre fino a quando anche lui terminò la sua funzione rimpiazzato da quello della Chiesa.
Nello stesso periodo venne abbattuta la statua del Redentore che si trova sulla Guglia della Chiesa perché ritenuta troppo pericolante e la Croce di Pietra rossa che si trovava al Parco della Rimembranza. La Torre dopo il trasferimento del Comune venne comunque utilizzata per altri scopi: sede della Banda Municipale col Maestro Brugnoli negli anni ’20, scuola per le bambine in attesa di nuove aule, abitazione della Flobera fino alla sua morte.
Il seguito della storia è una storia di vendite: al Parroco Don Ignazio Orlandi (anni ’50), passo per le mani di due signori di Verona, fino al 2000, quando finì nelle mani di una famiglia di Carpi.

I signori del Castello Scaligero
Molti attribuiscono l’origine del Castello, oggi conosciuto come Castello Scaligero, all’epoca romana, allorché nel I secolo a.C. i romani si insediarono sulla riva veronese del lago di Garda per proteggere i propri possedimenti. Torri, considerata in posizione strategica in quanto si trova a metà strada tra Peschiera e Riva, alle due estremità del lago, divenne per loro sede di guarnigione e fu collegata con l’entroterra da una stradina che passa per Albisano.
Altre fonti attribuiscono la “paternità” della Torre Ovest del castello (poiché diversa dalle altre) al più volte citato Berengario I, Re d’Italia, quando intorno al 900, arrivato a Torri si preoccupò di fortificare la zona per prevenire gli attacchi degli Ungari, che a quel tempo compivano scorrerie in tutta la Pianura Padana. Sicuramente è invece opera sua la Torrre di Berengario, situata in piazza della Chiesa.
L’ultima ristrutturazione del castello si deve ad Antonio della Scala, ultimo membro della famiglia Scaligera, che si avvalse per la ricostruzione di Bonaventura Prendilacqua., come si evince da una targa posizionata sul lato occidentale della torre. Putroppo, come abbiamo già visto, i Visconti attaccarano il Castello e lo conquistarono in meno di una settimana dimostrando a tutti che le mura nulla ormai potevano contro la loro artiglieria.
Ultimi proprietari del castello furono i Veneziani, che lasciarono il castello in balia della sua inesorabile decadenza dovuta al trascorrere del tempo.

Gli agrumi arrivano sul Lago di Garda
L’arrivo degli agrumi sul Lago di Garda si ha intorno al XIII-XIV secolo, ad opera dei frati del convento di San Francesco di Gargnano. Questo paesino, insieme a Limone, infatti fu il primo a veder nascere le limonare: terreni adibiti alla coltivazione dei limoni. Gli agrumi originari da Cina e India, arrivarono in Italia probabilmente intorno all’anno 1000 con l’arrivo degli Arabi, la Sicilia fu la prima regione a coltivarli.
Comunque anche il terreno nei dintorni del lago di Garda si prestava discretamente a questo tipo di coltivazione, soprattutto grazie ai diversi accorgimenti degli agricoltori che facevano di tutto per garantire la loro sopravvivenza. In fatti al tempo quello stesso agrume importato dalla Sicilia costava molto di più, proprio per l’imposizione di pesanti dazi doganali.
Poche sono le serre che mantengono ad oggi la coltivazione dei limoni, sul lato veronese del lago sopravvivono a Torri, all’interno del castello,e a Villa Brenzoni a S. Vigilio. Per la serra di Torri , fatta costruire da Zeno Ziuliani nel 1760, il lavoro di copertura in genere dove essere completato entro la fine di novembre, per proteggere le piante dalle temperature invernali, mentre con l’arrivo della primavera la limonara viene riaperta.
Per combattere il freddo i giardinieri accendono dei fuochi tra gli alberi proprio all’interno della limonara, che viene chiusa con assi e finestre. La fioritura si ha in maggio, e prosegue per tutti i mese di giugno e luglio, a volte anche agosto. Una pianta di limoni ne può produrre, se è nel pieno dell’attività, sui 2000-3000. L’accesso alla serra è possibile tramite un piccolo ponte di legno che passa sopra una vasca d’acqua, ora con funzione ornamentale, ma che un tempo era indispensabile per l’irrigazione.
L’acqua infatti della vasca veniva fatta scorrere attraverso dei tubi, fino a raggiungere le radici delle piante. Ogni pianta di limoni ha a disposizione uno spazio di circa 20 mq, detta campo o campata. A sostenerla, dato che la sua altezza può raggiungere gli 8 m. d’altezza, ci sono lunghe antenne di castagno fissate in alto, per non ledere le radici superficiali della pianta. Oltre alle piante di limoni nella serra di Torri si coltivano anche aranci, cedri e mandarini.
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